Un automobilista è stato condannato per omicidio stradale dopo che nel 2016 ha investito e ucciso un pedone che camminava con un’altra persona sul lato destro di una strada senza marciapiede. L’impatto ha sbalzato la vittima in aria, causandole lesioni cranioencefaliche e complicazioni polmonari che l’hanno condotta alla morte in pochi giorni. Il Tribunale di Bergamo ha ritenuto l’automobilista colpevole di negligenza, imprudenza e imperizia, nonché di violazione degli articoli 140 e 148, comma 3, del decreto legislativo 30 aprile 1992 n. 285. In particolare, il tribunale ha rilevato come l’imputato abbia tenuto un comportamento pericoloso per la sicurezza stradale, distraendosi alla guida nonostante la scarsa visibilità delle prime ore del mattino invernale, sorpassando i due pedoni senza spostarsi a sinistra e non mantenendo una distanza laterale adeguata. Nel gennaio 2023, la Corte d’Appello di Brescia ha modificato parzialmente il verdetto di primo grado, riconoscendo all’imputato le circostanze attenuanti generiche prevalenti sulla contestata aggravante e riducendo la pena a otto mesi di reclusione.

IL RICORSO IN CASSAZIONE PER L’INVESTIMENTO DEL PEDONE

Il conducente del veicolo coinvolto nell’incidente ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la responsabilità attribuitagli per l’incidente. Egli ha sostenuto che i giudici non hanno riconosciuto l’interruzione del nesso causale dovuta al comportamento della vittima che, secondo la difesa dell’imputato, avrebbe violato l’art.190 del Codice della Strada, camminando nella stessa direzione del veicolo. La Corte d’Appello aveva già rilevato un contributo di imprudenza da parte del pedone, che camminava in un tratto di strada privo di marciapiede nella stessa direzione del veicolo ma, nonostante ciò, la circostanza attenuante non era stata accordata al conducente, il quale ha contestato anche la durata della sospensione della patente, stabilita in due anni.

IL RESPONSO DELLA SUPREMA CORTE

La Suprema Corte ha respinto fermamente le obiezioni dell’imputato, dichiarando il ricorso inammissibile e infondato. La Cassazione ha esaminato le prove e le conclusioni del processo, sottolineando che, al momento dell’incidente, la vittima si trovava sulla banchina pedonale, parallela all’asse stradale, e che era chiaramente visibile per un conducente che sopraggiungesse nello stesso senso di marcia, anche ad una distanza di trenta metri con i fari anabbaglianti accesi. La Corte d’Appello aveva, quindi, correttamente concluso che il comportamento della vittima non interrompeva il nesso causale, poiché non era né eccezionale né imprevedibile.

L’ELEMENTO CRUCIALE DELL’”AVVISTABILITÀ” DEL PEDONE

Quello che è cruciale per determinare le responsabilità è la “visibilità” del pedone. Di conseguenza, in caso di investimento di un pedone, per attribuire a quest’ultimo la colpa esclusiva delle lesioni o della morte, è essenziale valutare la sua visibilità per il conducente del veicolo. In altre parole, il conducente deve trovarsi, per ragioni indipendenti dalla sua diligenza, nella situazione oggettiva di non poter vedere il pedone, né di prevedere i suoi movimenti improvvisi e inattesi. Inoltre, il comportamento del conducente deve essere privo di infrazioni alle norme del Codice della Strada e alle regole di comune prudenza. Nel caso specifico, la Corte d’Appello e il Tribunale hanno osservato che il pedone era visibile e che, data questa visibilità, una guida conforme alle regole del Codice della Strada avrebbe evitato l’impatto con la vittima. I giudici della Suprema Corte hanno quindi respinto anche gli altri motivi del ricorso.

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